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Quel Dio bambino che celebriamo la notte di Natale, quel bambino talvolta sofferente, profugo, ammalato, bisognoso, affamato d'amore, va cercato anzitutto dentro di noi. Questo Dio personale è sommerso e nascosto da tutte le difficoltà e i dolori, che però non intaccano la sua natura. 

Il problema sta nel fatto che sotto tanti strati non riusciamo a vederlo, e quindi a "salvarlo" - o a farci salvare da lui. E l'altro problema è che aspettiamo il Natale o la Pasqua per fare qualche riflessione su tutto ciò: durante tutto l'anno non abbiamo tempo. Ma senza questo Dio il resto è inutile, perché senza noi stessi non viviamo.

 

Celebrare il Natale significa salutare il nuovo che irrompe: un nuovo modo di essere che si affaccia al mondo quando cominciamo ad ascoltare la voce della nostra parte migliore. Quel “bambino” che può venire alla luce se abbiamo l’accortezza di permetterlo, la capacità di accoglierlo e, naturalmente, la costanza di nutrirlo.

Perciò... buon Natale.

(Maria Antonietta)

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