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VANITÀ O CORAGGIO?

Sottile serpeggia la maldicenza… È un abito mentale, uno stile di vita, qualcosa che viene considerato normale: lo fanno tutti! E, prima o poi,  ciò che è diffuso viene automaticamente accettato.

Si bisbiglia o si proclama,  aggiungendo, demolendo, sottintendendo. Di tutto, di tutti. Ma da che mondo è mondo gli oggetti privilegiati di questo malcostume sono le persone più in vista. Quelle di cui pensiamo che abbiano troppo – ovvero qualcosa in più di noi; che emergano troppo – e senza merito; che si mostrino troppo – mentre noi restiamo nell’ombra. “Vanitoso” è il primo aggettivo che affibbiamo a costoro, e si sa che la vanità porta con sé uno strascico di altri difetti.

Ma ci siamo mai chiesti cosa sia realmente quella che definiamo vanità, e soprattutto perché ci dia tanto fastidio?

Comunemente la vanità è intesa come il compiacimento di sé e il desiderio di mettersi in evidenza ed essere ammirati. Le persone per bene storcono il naso di fronte a tale aspirazione, sostenendo che la modestia, al contrario, debba essere coltivata innanzitutto.

Già, la modestia. Ovvero: il cercare di apparire meno di ciò che si è, il nascondere i propri pregi e meriti. Se ci pensiamo bene, la modestia è il tentativo di accattivarsi la benevolenza altrui mostrando di essere persone innocue, che sanno stare al loro posto e che mai ruberanno la scena agli altri. È una maschera sull’incapacità – o la non volontà - di mettere a disposizione di se stessi e del prossimo i propri talenti.

Vista in questi termini, quanto può essere falsa e limitante la modestia? Eppure è considerata grande virtù, di cui spesso ci si vanta silenziosamente. Che gran contraddizione!

Attenzione, però: non confondiamola con l’umiltà, che ha ben altro valore. Perché la modestia parla dell’apparire, mentre l’umiltà parla dell’essere.

Per il comune pensiero, dunque, il desiderio di emergere e di farsi apprezzare è un difetto da estirpare. Eppure il bisogno di approvazione è un istinto naturale, una caratteristica dell’essere umano. Perché rinnegarlo? Perché fingere di esserne immuni?

Se da un lato la nostra cultura incoraggia a desiderare le luci della ribalta (e magari a passare sopra tutto e tutti per raggiungerle), dall’altro una contro-cultura ben più solida invita gli individui  a sminuirsi, a restare nell’ombra, a non guardare troppo in alto. Chi contravviene a questo invisibile diktat rischia di vedersi il dito puntato contro e di essere etichettato come vanaglorioso e superbo. Allo stesso modo, bramiamo la ricchezza ma predichiamo la miseria; agogniamo un posto al sole ma invitiamo al nascondimento; desideriamo diventare qualcuno, ma incoraggiamo l’anonimato e l’annullamento di sé.

Vanità, da vano (vuoto, futile, inutile). «Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità, tutto è vanità». La traduzione spicciola di questo celebre passaggio biblico è che non serve arrabattarsi per una cosa o per l’altra, perché tanto tutto passa e si consuma e, alla fine, dei nostri sforzi, dei nostri sogni, ma anche delle nostre conquiste, non sarà rimasto nulla. Tanto vale starsene buoni e tranquilli, cercare di godere del poco o molto che si ha (meglio se caduto dal cielo senza fatica alcuna) e adagiarsi nel quieto vivere.

Certo, c’è una forma di vanità che davvero può essere definita tale, perché a nulla conduce. È la vanità tutt’altro che benevola di chi ostenta quel che non è o non può. Di chi cerca di apparire sapendo di non essere, e vorrebbe dare quel che non possiede; di chi aspetta i consensi, e se questi non arrivano giudica gli altri incompetenti e invidiosi. Questa sì è un difetto, e accompagna volentieri le persone fasulle.

Ma quando una persona non si vergogna di mostrare ciò che realmente è, e sente il piacere di essere e condividere senza false modestie, non si può parlare di vanità. Al contrario, dovremmo riconoscerle il pregio di saper gioire di quanto le ha dato la vita, e di far parte gli altri del suo stesso piacere. Stiamo parlando di chi sa di essere utile in qualche modo, perché persegue uno scopo di vita; di chi è capace di provare soddisfazione nel realizzare qualcosa di buono.

Non vanità, dunque, ma coraggio di esporsi, di rischiare e di lavorare anche duramente per portare alla luce i propri tesori. Questa specie di vanità (che tale non è) è tipica ad esempio degli artisti.

 

Prima ancora di proporsi ad un pubblico, l’artista deve riconoscere in se stesso l’ingegno. Ha necessità di essere realista, non di praticare la modestia. Diversamente non potrebbe mettersi al lavoro per migliorarsi; soprattutto non potrebbe rendersi conto di quel che può trasmettere. Ma questa sua presa di coscienza è spesso considerata una forma di autocelebrazione: di rado accettiamo che qualcuno sia obiettivo e riconosca quanto vale. L’ipocrisia pretende una falsa modestia, chiede di nascondere doti e talenti. Si infastidisce nel vedere qualcuno uscire dall’ombra, scoprire di cosa è capace, condividere con entusiasmo le proprie realizzazioni.

Perché?

Perché siamo convinti che l’affermazione di un altro pregiudichi la nostra, come se il mondo fosse troppo piccolo e non ci fosse spazio per tutti. Perché la nostra paura di metterci in gioco ci fa sentire piccini di fronte a chi quella paura l’ha affrontata e vinta.

Forse dovremmo chiederci se il disprezzo della cosiddetta vanità non sconfini in un difetto peggiore: l’invidia.

  «Ciò che rende la vanità degli altri insopportabile, è che offende la nostra» (François De La Rochefoucauld)

Maria Antonietta Pirrigheddu

27.03.13

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