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PERDONARE

Di fronte a un torto subito è normale sentire rabbia, manifestarla, sfogarla - o meglio incanalarla - in qualche modo, lasciandole il tempo di dissolversi. Normale non è, invece, permettere a questa rabbia di trasformarsi in rancore o peggio ancora in odio. In effetti questo sarebbe uno dei più gravi danni che potremmo fare a noi stessi. Basti pensare che il termine rancore ha la stessa radice di "rancido": qualcosa di andato a male, dunque, che può avvelenare il nostro ambiente interiore, oltre che compromettere irrimediabilmente quello esteriore.

Il rancore è una sorta di filo sottile ma resistente che ci lega alla persona che ci ha offeso (o che pensiamo l'abbia fatto). Così, paradossalmente, più forte è il nostro risentimento verso questa persona, maggiormente vi restiamo attaccati. L'odio invece è una vera e propria corda, che ci stringe all'altro fino a farci soffocare. Addirittura riesce a cambiare, col tempo, anche le nostre sembianze fisiche.

Perciò si rende necessario ricorrere alla difficile arte del perdono. Difficile e talvolta addirittura impossibile, soprattutto perché non conosciamo l'esatto significato di questa parola tanto abusata. Il vero perdono infatti non è ciò che ci hanno insegnato al catechismo, né ciò che la società solitamente indica. Avete presente quei lugubri servizi TV, quando qualche impietoso cronista chiede ad una vedova fresca di lutto se "perdonerà" l'assassino di suo marito? Ecco, non c'entra niente. Per fortuna.

La società ci invita a far nostro un concetto che in realtà è inapplicabile, se non in modo superficiale. Perdonare non significa fingere che niente sia accaduto. Non posso fingere che un prete non abbia violentato per anni mio figlio; non posso impormi di dimenticare che un mafioso ha ucciso mio padre. Non sarebbe normale. Sarebbe una forzatura, una finzione appunto, che avrebbe tra l'altro l'effetto di mettere l'altro nelle condizioni di sbagliare ancora. E questo non è certo un bene, né per il colpevole né per tutti gli altri bambini o padri del mondo.

«Dio perdona», diciamo sempre, e a qualche livello è sicuramente vero; ma non dimentichiamo che i nostri errori, pur se perdonati dall'Altissimo, in un modo o nell'altro torneranno sempre indietro.  È una legge di natura: vi saranno sempre delle conseguenze per ciò che facciamo.

L'uomo però non è Dio. Non spetta a noi questo tipo di giudizio né di punizione. Ci spetta piuttosto impedire al prossimo, e soprattutto a noi stessi, di commettere nuovamente gli stessi crimini. Per questo esistono i tribunali.

Ma il perdono che compete a ciascun uomo è anzitutto il non coltivare desiderio di vendetta. Perdono è riconoscere appunto che non spetta a noi "farla pagare", e nemmeno ci deve appartenere questo desiderio: sappiamo che la giustizia divina farà inevitabilmente il suo corso, ma non spetta a noi decidere come e quando.

Perdono è riuscire a liberarsi dall'odio verso chi ci ha fatto del male; ma non ha nulla a che fare con la pretesa di nutrire nei suoi confronti dei finti sentimenti d'amore e di nuova accettazione come se nulla fosse successo, mettendo l'altro in condizione di ferirci e ucciderci di nuovo. Il perdono non è questo. "Porgere l'altra guancia" non ha certo questo significato.

Il vero perdono non è nemmeno un atto di magnanimità, cosa che presupporrebbe un sentimento di superiorità nei confronti dell'altra persona - considerata meschina, ignorante e cattiva.

Quale può essere allora il giusto modo di concepire il perdono?

Qualcuno sostiene che questa parola possa essere vista in una prospettiva particolare, facendola diventare  per dono: un dono dunque, un regalo fatto alla persona che ne ha bisogno. Invece il concetto è tutto da ribaltare. Può sembrare strano, ma il perdono è un regalo che facciamo a noi stessi. Perdonare significa prendere atto di ciò che è stato, analizzare con apertura mentale e lungimiranza sia il fatto che colui che l'ha commesso, e poi concedersi la libertà di allontanarsi: da costui, certo, ma soprattutto dalla rabbia e dai cattivi sentimenti che ha suscitato in noi.

 

È possibile però considerare anche un altro punto di vista. Un aspetto del perdono forse difficile da prendere in considerazione, eppure validissimo - e soprattutto utile.

Talvolta le ingiustizie subite, specie se ripetute, portano con sé insegnamenti profondi che difficilmente avremmo potuto ricevere in altro modo. Siamo spesso vittima di credenze personali limitanti, false, dannose. Credenze che ci siamo costruite in momenti particolari della nostra vita, durante i quali abbiamo interpretato gli eventi a modo nostro, e che poi ci trasciniamo dietro per sempre, lasciandocene condizionare pesantemente. E solo qualcuno che ce le mostri in tutta la loro bruttezza, facendocele vivere in maniera bruciante, può scardinarle: perché possiamo vincere solo ciò che riusciamo a guardare in faccia. Possiamo liberarci solo di ciò che finalmente capiamo.

In questo senso siamo noi stessi a richiamare certe situazioni e le persone che ce le fanno vivere: è il sistema in cui la nostra anima ci guida a prendere consapevolezza delle nostre catene. Quando comprendiamo questo meccanismo, subentra la serenità e quindi l'accettazione. Addirittura non possiamo fare altro che ringraziare colui che si è prestato, a livello animico, a darci ciò di cui avevamo bisogno. Chi può dire se non ci sia stato un vero e proprio accordo tra le nostre anime? E possiamo stabilire quanto sia costato all'altro?

La comprensione di quanto accaduto ci scioglie dai lacci di un tempo; l'accettazione ci consente di cominciare una vita diversa. La gratitudine nei confronti della vita e di chi ci ha aiutato a liberarci forma in noi una nuova coscienza. Forse è questo il perdono nell'accezione più alta del termine.

Maria Antonietta Pirrigheddu

27.09.16

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