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GIUSTIZIA E INGIUSTIZIA

Si può dire che l’ingiustizia consista nel dare o fare a qualcuno ciò che non merita, e togliere o non dare a qualcuno ciò gli spetta. L'ingiustizia è dunque qualcosa che si subisce, per cattiveria o per ignoranza.

Di solito le ingiustizie dettate dall’ignoranza (ovvero dal fatto di non aver capito qualcosa, di non essere all'altezza di una corretta valutazione o dall'essere incapaci di autocontrollo) procurano meno danni, mentre quelle commesse per cattiveria e con ostinazione sono fini a se stesse e perdurano nel tempo. Ma alla fine l’ignoranza non è più giustificabile della cattiveria, perché si può essere ignoranti solo fino a un certo punto: poi subentra la malafede. 

Contrariamente a quanto si possa pensare, però, la giustizia non è  l’esatto contrario dell’ingiustizia: non consiste affatto nel dare o fare a ciascuno ciò che merita o ciò che gli spetta. Questa è una visione assai limitata che paradossalmente sconfina nell’ingiustizia peggiore. E’ impossibile, infatti, stabilire con perfetta equità cosa spetti a qualcuno; e tanto meno siamo in grado di sapere davvero cosa ciascuno meriti – nel bene e nel male. Quali sono i nostri parametri di valutazione?  E quale arco di tempo abbracciano? Non riusciamo nemmeno a capire cosa meritiamo noi stessi!

In realtà la vera giustizia è qualcosa di più vasto ed elevato: consiste nel dare a ciascuno ciò di cui ha bisogno.  

Alcuni passaggi delle antiche Scritture parlano di “Sole di giustizia”. Il sole, che sparge a piene mani la sua luce, non è simbolo di generosità ma proprio della giustizia nella sua accezione più alta, perché sta al di sopra dei meriti o demeriti di chiunque, dando a tutti ciò di cui hanno bisogno: vita, luce, calore. Senza restringersi in valutazioni e distinzioni.

Allo stesso modo la vera giustizia dà cose buone anche a chi apparentemente non lo merita, con una liberalità che spinge i cosiddetti "immeritevoli" a diventare migliori. Non per nulla talvolta è più difficile ricevere che dare.

La giustizia non si domanda, ad esempio, se un dono o un'elemosina siano meritati. Dà comunque. Non si basa su considerazioni esteriori ma nasce da un’esigenza dell’anima, ed è accompagnata da lealtà e purezza di intenzioni. 

A livello sociale solo la vera giustizia può determinare un cambiamento, e solo chi porterà davvero giustizia sarà determinante. Perché la giustizia non può consistere semplicemente nell’equa ripartizione dei beni. Come diceva don Milani, «non c’è giustizia più ingiusta che fare parti uguali tra diseguali». Ancor meno è quel meccanismo che condanna o assolve, magari in base a leggi che cambiano a seconda del Paese e della cultura. Rinchiuderla entro questi termini significa inevitabilmente diventare ingiusti e addirittura crudeli.

Si può dire invece che vera giustizia sia il rispetto della verità e la capacità di applicare questo concetto con saggezza.

Ma che vuol dire "rispetto della verità"?

La verità è la chiara visione degli eventi e degli esseri, resa possibile da una sana coscienza. Rispettare questa visione ci mette in grado di percorrere la via della rettitudine. Una via che sarebbe limpida e libera se non fosse continuamente ostacolata dalla convenienza  personale, che fa perdere la chiarezza e la bussola. La giustizia si fonda sull’imparzialità di fronte alla vita, sull’altruismo e soprattutto sull’obiettività. Dote assai difficile da praticare quest’ultima, perché impone di giudicare anche se stessi, e in pochi sono disposti a farlo.

Così, essere portatori di giustizia significa anzitutto insegnare agli uomini a ripulire le proprie azioni dall'interesse personale.

Il comune concetto di giustizia che coltiviamo è assai distorto e liberamente interpretato - per usare un eufemismo. Quante volte è necessario combattere proprio coloro che agiscono in suo nome ma che in realtà nulla hanno a che fare con essa, nonostante i titoli di cui si ammantano? Ne sono un esempio i moltissimi avvocati che, per un compenso appropriato, sono capaci di difendere qualunque crimine. Non vengono nemmeno sfiorati dal pensiero che loro compito dovrebbe essere, invece, quello di difendere la giustizia stessa. Ecco perché la famosa frase che troneggia nei tribunali, “La legge è uguale per tutti”, è diventata una barzelletta. 

Ma oltre la leggi umane, e spesso a ripararne i danni, vige la Legge universale della Giustizia Divina: di tutto ciò che facciamo, diciamo, pensiamo avremo inevitabilmente delle conseguenze, nel bene o nel male. Una Legge misconosciuta perché, nella fretta che ci caratterizza, ci aspettiamo da ogni causa degli effetti immediati.  Se gli effetti tardano concludiamo che ce la siamo scampata.  Difettiamo di lungimiranza!

La ribellione alle ingiustizie dovrebbe caratterizzare tutti coloro che si ritengono civili. Si può essere più o meno combattivi, ma nessuno può ritenersi libero dall'impegno di costruire una società più vivibile. Un  concetto banale e sbandierato ovunque, questo, ma quanti sono disponibili a sporcarsi davvero le mani?

Apparentemente tutti chiedono giustizia. Sì, ma per se stessi. Non riusciamo a capire che non esistono cose che non ci riguardano: il male compiuto ci tocca sempre, anche quando appare lontanissimo. E' proprio la nostra indifferenza a spingere tanti alle malefatte. Per diminuire drasticamente i soprusi basterebbe che la cosiddetta "brava gente" si rendesse conto che il male fatto a uno è fatto a tutti. Invece è proprio la brava gente a voltarsi dall'altra parte.

La prepotenza si accanisce sul debole, e prende piede quando nessuno si ribella Non possiamo reclamare giustizia per noi stessi se, per quieto vivere, ci rifiutiamo di difendere chi è vittima di angherie. E se il dubbio di sbagliare mette dei freni, bisognerebbe ricordarsi che anche il solo combattere porta beneficio, indipendentemente dal risultato.

 

Talvolta chi vorremmo difendere non è capace di accettare il nostro intervento, e i dubbi vengono anche da questo. Ma il prepotente perderà comunque un po' della sua spavalderia, nel rendersi conto che il debole non è solo, e il confronto si sposterà su un altro piano. Ovvio che non sempre i nostri gesti avranno l'esito sperato, ma già il cercare di fare giustizia smuoverà le cose. Se tutti coloro che si ritengono giusti lo dimostrassero con tentativi concreti, pur sapendo che in molti casi andranno a vuoto, vivremmo in un mondo migliore. Perché le ingiustizie nascono dalla prepotenza non combattuta.

Spesso ci si isola nella convinzione che ovunque regni il cinismo; ma siamo noi a fomentarlo, perché non abbiamo il coraggio di manifestare il nostro desiderio di giustizia. Ci ritroviamo a commentare e giudicare, ma sempre con l'idea che non possiamo far niente perché "siamo soli". Una bella giustificazione, tramite la quale si evita l'impegno per cambiare un mondo che poi... definiamo cinico.

E’ vero che ottenere giustizia non è semplice, soprattutto se si vuole agire in solitudine e senza essere notati. Esponendosi, invece, si attirano tutte quelle persone che cercano giustizia allo stesso modo, e che magari hanno bisogno di essere aiutati ad ottenerla. Se invece di atteggiarsi a vittime si ha il coraggio di uscire allo scoperto e di esprimere le proprie idee, ci si può rendere conto di essere tutt’altro che soli, e che molti aspettano proprio un nostro gesto. Non si è mai soli quando ci si impegna per una causa comune. La giustizia appartiene a chi ha la volontà di combattere, a chi è capace di manifestare il proprio disagio, a chi ha il buon senso di cercare le persone e gli ambienti che possano sostenerlo.

Come si riparano le ingiustizie?

Non sempre si può aggiustare ciò che è stato rotto: talvolta le proprie azioni sono irreversibili. Occasioni ed eventi similari, però, si ripresenteranno continuamente nella nostra vita, fino a che non riusciremo a cambiare atteggiamento. Ecco qual è, spesso, l’unico modo per riparare. Imparare da ciò che è stato, valutare le proprie azioni e reazioni e modificarle in base a quanto si è appreso, applicando la giustizia anzitutto su di sé. Perché i nostri atteggiamenti sbagliati non fanno danno solo al prossimo: i primi a risentirne siamo proprio noi, che ci attiriamo a nostra volta ingiustizie, contrarietà ed eventi sfavorevoli.

Dentro di noi, infatti, giustizia e ingiustizia sono mosse da energie che noi stessi produciamo o alle quali apriamo le porte della nostra “casa”. Le energie negative che accogliamo, e a cui diamo retta, stabiliscono un vero e proprio dominio su di noi, che perdiamo man mano la capacità di rifiutarle…. anche perché spesso il male ci fa comodo. Le nostre pulsioni psicologiche e ciò che attiriamo dall'esterno diventano così un'unica forza che muove azioni, reazioni ed eventi esterni. Attiriamo cose non buone sia perché siamo deboli, sia perché noi per primi produciamo delle energie negative che entrano in risonanza con altre simili, richiamandole. A questo punto, o assumiamo il ruolo della vittima o ci diamo il coraggio di fare pulizia.

Se vissute in un certo modo, le ingiustizie subite possono capovolgere la nostra vita e i nostri modi di pensare. Tutto dipende dalla reazione di fronte agli eventi.  Vero è che spesso un’ingiustizia se ne tira dietro un’altra, e può succedere di ritrovarsi dentro un vortice incredibile da cui non si sa come uscire. Perciò non si può certo dire che qualsiasi cosa arrivi nella nostra esistenza abbia la funzione di insegnarci qualcosa. Di frequente è il ruolo che si riveste ad attirare di tutto: le persone in vista, ad esempio, sono prese di mira più di altre, se non altro per invidia. Ma si può sempre scegliere come utilizzare quanto accade, se trarne motivo per inasprirsi oppure trasformarlo in lezione di vita.

Così, un’ingiustizia subita può essere la porta di accesso verso nuove consapevolezze. La conoscenza delle Leggi divine, che sono ben diverse da quelle umane, aiuta a volgere al bene gli eventi e ad accedere al più alto concetto di giustizia possibile.

Talvolta, però, le peggiori ingiustizie le commettiamo nei confronti di noi stessi.

Succede ogni volta che ci neghiamo ciò di cui avremmo bisogno, non tanto a livello fisico quanto a livello emotivo e mentale; quando ci priviamo del nutrimento essenziale ad una sana crescita; quando costruiamo prigioni di sensi di colpa e ci rinchiudiamo dentro vita natural durante

A che serve un rimorso se non può riparare un errore, perché magari è passato troppo tempo? Solo a creare ulteriori danni, e  non solo a se stessi. Il suo scopo dovrebbe essere unicamente quello di insegnare a non ricadere negli stessi errori; imparata la lezione, dovrebbe dissolversi. Invece lo ancoriamo alla memoria, anche inconscia, e gli permettiamo di condizionarci in eterno. Una sorta di ergastolo, di condanna perpetua che un giudice demoniaco emette nei nostri confronti, e da cui decidiamo di non affrancarci mai. Non vogliamo amnistia: pensiamo di non meritarla.

E c’è chi vive avvolto da un altro perenne senso di colpa, una sensazione lieve che permea ogni stato d’animo, appena percepibile, di cui di solito non ci si rende nemmeno conto: la colpa di esistere. Di vivere la condizione di essere umano fallibile. Ci vorremmo perfetti, ammirevoli, elevati, ma non lo siamo, e continuiamo a sbagliare. Il fatto che questa condizione sia condivisa da ogni altro essere umano non ci scompone minimamente: noi vorremmo essere diversi, al di sopra. Ci può essere ingiustizia peggiore?

Maria Antonietta Pirrigheddu

07.06.13

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