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L'ANTICONFORMISMO

Comunemente si pensa che essere anticonformisti corrisponda a violare le regole, magari dando di sé un’immagine un po’ stravagante, e comunque comportandosi in modo diverso dal consueto. Ma essere “non conformi”, come dice la parola stessa, ha un significato più profondo.

Il vero anticonformista è colui che riesce a relazionarsi col prossimo e con ogni altra cosa in modo libero. La persona anticonformista non dà nulla per certo e non prende nulla per scontato. La sua libertà intellettuale gli consente di spaziare ovunque. Non rifiuta nulla a priori, e allo stesso modo non accetta nulla senza valutarlo.

Non si tratta quindi di manifestare una diversità a tutti i costi, ma di appropriarsi del diritto di essere se stessi. Si tratta del piacere di riconoscersi come individui senzienti, pur se immersi nella totalità degli altri individui che, a loro volta, vanno rispettati nel loro modo di essere.

Non conformarsi alla massa, e quindi al pensiero collettivo, vuol dire vedere le cose alla luce del proprio intelletto; vuol dire vagliare tutto ricercando in primo luogo la verità, sapendo che la verità è indipendente dai luoghi comuni.

L’anticonformista è libero di pensare, di creare e di dare a modo suo, ed è consapevole di poter offrire qualcosa di diverso. Non si lascia frenare dalla paura delle critiche o dai giudizi del prossimo. Ha la forza di mantenere le proprie idee ed opinioni, perché le ha verificate con coscienza.

L’anticonformista è colui che rifiuta il moralismo della società: sa che c’è un’etica che va ben oltre la morale comune. Sa che nessuno potrebbe permettersi di fare la morale agli altri, perché questo corrisponde unicamente a criticare. La morale è spesso più dannosa che costruttiva. Sovente è dettata dalla presunzione, dal voler dimostrare la propria scienza e superiorità ad un altro: chi si permette di fare la morale  al prossimo si sente al di sopra degli altri.

Essere "non conformi", dunque, significa avere il buon senso e il discernimento necessari a respingere certe imposizioni, e a non lasciarsi condizionare da chi non vedere di buon occhio  questo atteggiamento.

È chiaro che l’appartenenza ad una società rende necessario il rispetto delle norme di una civile convivenza; ma se si abbiamo il coraggio di verificarle davvero, tutte le regole che ci siamo dati, ci renderemo conto che buona parte di esse sono non solo inutili ma addirittura nocive e contrarie al buon senso. Anche nell’apparentemente evoluta società occidentale siamo oppressi da una serie di leggi e imposizioni (dettate dallo Stato o dalla religione ma anche dalle tradizioni) di cui potremmo benissimo fare a meno: non sostengono i buoni rapporti tra gli esseri e limitano l’espressione individuale.

Perché continuiamo a mantenerle, dunque? Perché qualcuno ne trae vantaggio. E la convenienza del più forte porta gli altri a convenire con lui.

Ecco perché le regole della morale cambiano coi tempi e coi luoghi: cambiano a seconda della mentalità di coloro che hanno la forza di imporsi maggiormente; soprattutto si trasformano in virtù dei benefici di chi governa – intendendo questa parola in senso ampio. Le regole morali personali, poi, dipendono dal modo in cui si cresce, dall’ambiente in cui si vive, dalle esperienze che si fanno.

Ma la saggezza segue l’etica, non la morale. Perché l’etica è dettata da leggi superiori, proprie dell’anima, che nulla hanno a che vedere coi tempi, coi luoghi, con le mentalità, con le religioni, con le leggi. L’etica è quell’insieme di valori che, in quanto universali, non mutano nel tempo. Valori che possono essere riassunti con poche indicazioni: non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te; fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te; rispetta tutto ciò che esiste, ovvero gli altri esseri viventi, la terra e, naturalmente, te stesso.

Maria Antonietta Pirrigheddu

19.07.16

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