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ABBONDANZA

Fino a qualche tempo fa la povertà veniva considerata una via privilegiata per avvicinarsi allo spirito. L’idea era che l’essere nudi e spogli rendesse il cammino più facile, meno pieno di distrazioni. E a dir la verità non si avevano tutti i torti: basti pensare agli innumerevoli ministri di Dio che sono stati traviati dall’avidità – qualunque cosa si intenda con questa parola -  per rendersi conto che talvolta la ricchezza, o il desiderio di essa, costituisce davvero un ostacolo alla via spirituale.

Da questo a sentenziare che la spiritualità debba essere sostenuta da una vita di privazioni, però, ce ne passa. L’elogio della povertà, che da secoli accompagna i sermoni (e non solo quelli di stampo religioso), mette seriamente in pericolo il diritto dell’essere umano ad una vita dignitosa, perché da una parte fa sentire in colpa chi desidera la prosperità, dall’altra permette ai potenti di approfittarne. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la povertà dilaga ovunque, fino ad essere diventata addirittura un male sociale.

Per giustificare questo modo di pensare contorto è stato utilizzato anche un versetto del Vangelo: «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel Regno dei Cieli». Una frase che pare si addica più alle masse che ai vertici delle varie istituzioni, visto che chi ci ha inculcato questa mentalità si è guardato bene dal farla propria. Tuttora i nostri governanti, quelli che propugnano l’austerità come unico rimedio alle crisi del nostro tempo, sguazzano nel lusso.

A parte il fatto che in questo versetto non si parla né di un animale con la gobba né di un arnese per il cucito - la traduzione ancora una volta ci ha ingannati -, bisogna prendere con le molle anche la parola "ricco".

Qui non ci si riferisce a chi possiede molti beni materiali. In questo caso il ricco è la persona troppo piena. Non piena di soldi, ma piena di sé: di sapere stagnante, di conoscenze pietrificate, di egoismo, di convinzioni a cui è rimasta attaccata come una cozza al proprio scoglio. È fin troppo evidente che una persona in queste condizioni avrà qualche difficoltà ad entrare nel Regno dei Cieli, ossia in quello stato di consapevolezza serena che caratterizza chi riesce ad andare oltre.

Non a caso un altro famoso passaggio evangelico, tradotto in modo altrettanto infelice, esorta ad essere “poveri in spirito”. Ci sono moltissime persone povere in canna, senza un soldo nel portafoglio, che sono tristemente ricche in questo senso. Perciò non si può certo dire che povertà e spiritualità vadano sempre a braccetto, anzi.

Da qualche anno a questa parte, però, la povertà non viene più osannata nemmeno negli ambienti religiosi. Al contrario, pare che la prosperità sia stata ufficialmente proclamata non solo accettabile ma addirittura preferibile. Ecco dunque che all’improvviso hanno preso a proliferare libri, corsi, video che propongono insegnamenti sulla ricchezza e su come ottenerla. E noi, stanchi di una vita di penuria, ci fiondiamo su tutto ciò che promette di darci gli strumenti utili a migliorare dal punto di vista economico. Salvo poi renderci conto che di solito non funzionano, non fosse altro perché non riusciamo ad utilizzarli nel giusto modo.

Ma esiste una via di mezzo? Un modo di pensare equilibrato che ci permetta di apprezzare la prosperità, e di goderne, che non coincida con la ricerca della ricchezza materiale a tutti i costi?

Certo che esiste, e non è necessario guardare troppo lontano per trovarlo. Perché povertà e ricchezza, in primo luogo, si trovano dentro di noi. Almeno potenzialmente.

La vera povertà è sempre qualcosa di interiore. Povertà – o miseria – è quel vuoto insostenibile che in un modo o nell’altro creiamo in noi. È una condizione di insaziabilità. Quando si è in miseria, cercare di riempire il pozzo profondo che siamo diventati è inutile: è come gettare acqua in un secchio sfondato. Qualunque risorsa materiale non colmerà il senso del nulla che ci portiamo dentro; qualunque fortuna spirituale o affettiva non verrà riconosciuta e apprezzata per il suo valore. Perché proprio l’incapacità di apprezzare è la causa di questa sventurata condizione.

È povero chi non riconosce l’abbondanza che caratterizza l’Universo, chi non scorge la magnificenza della natura, chi non coglie il valore dell’affetto di chi ha accanto; chi è convinto che la vita non possa riservargli più alcuna sorpresa, e che i suoi giorni si trascineranno nel nulla fino alla fine. È povero chi crede di non aver niente da dare; chi ha ristretto il cuore al punto da non poter offrire un po’ di calore umano, un sorriso, un gesto di conforto. Vive in miseria chi non sa condividere quel che pure possiede; chi tiene chiusi in cassaforte non solo i beni materiali, ma soprattutto i propri talenti o le proprie conoscenze. Sperimenta l’indigenza sia chi non sa ricevere sia chi è incapace di donare.

La ricchezza esteriore si manifesta, anche agli occhi, quando si coltiva quella interiore. Quando ci rendiamo conto di quanto sia prezioso ciò che già possediamo, e ne proviamo gratitudine, allora la prosperità diventa compagna di vita.

Attenzione: noi riusciamo ad essere riconoscenti quando siamo capaci di riconoscere. Le parole con un doppio significato – come riconoscenza, appunto – ci offrono sempre una chiave di comprensione importante. Non si tratta certo di accontentarsi. Si tratta piuttosto di sapere con certezza che si otterrà sempre ciò che è necessario, e molto di più.

Ecco perché la spiritualità è ben lontana dall’essere amica della povertà. Al contrario si pone in antitesi, visto che racchiude in sé ogni ricchezza. Poiché lo spirito arde a stretto contatto con la materia, la coscienza dell’abbondanza materiale in cui si è immersi costituisce una via naturale verso la ricchezza spirituale, e viceversa.

In realtà l’unica abbondanza possibile è quella spirituale, perché è la sola che consente la condivisione. Quando si è ricchi spiritualmente si è in grado di concedere, di offrire, di mettere a disposizione – qualunque sia l’entità delle proprie fortune materiali. Chi dà, in automatico riceve, anche se sul piano fisico questo scambio può non essere visibile nell’immediato. Ed entrambi i movimenti, il dare e il ricevere (cioè l’ottenere dalla vita) riguardano sempre sia lo spirito che il corpo, perché abitiamo contemporaneamente la dimensione fisica e quella spirituale.

Si può dare solo ciò che si possiede o ciò che si conosce. Perciò osannare la povertà significa volersi impedire anche il dono.

A questo punto potremmo chiederci come mai uno dei grandi uomini passati sulla terra, Francesco d’Assisi, avesse fatto proprio della povertà uno dei punti cardine del suo modo di vivere e di intendere la fede. 

La sua fu una scelta ben precisa, e già questo ne capovolge il senso. Nel suo caso, liberarsi dei beni familiari era indispensabile per acquistare la libertà. Anche ai nostri tempi i genitori talvolta ricattano i figli: «Se non fai come dico io, ti diseredo». Rifiutando la fortuna paterna, san Francesco si mise al riparo da ogni possibile ricatto e imposizione. Era per lui essenziale, inoltre, dare un messaggio forte al clero dell’epoca che, calpestando quanto si predicava dai pulpiti, sguazzava nell’opulenza mentre il popolo pativa la fame. Era soprattutto ai sacerdoti e al papa che Francesco si rivolgeva, quando elogiava Madonna Povertà, e non certo ai poveracci che a stento riuscivano a mettere insieme un pasto decente per i propri figli.

Questo atteggiamento di san Francesco però era unito ad una fiducia incrollabile nella Provvidenza: sapeva benissimo che mai gli sarebbe mancato nulla, e non solo sul piano materiale. Questa fede gli apriva la porta per ogni possibile ricchezza.

Non l’aspirazione alla prosperità è da biasimare dunque, bensì l’avidità: quella brama mai sazia, quello sfrenato desiderio di tutto e soprattutto di ciò che hanno gli altri, quella mancata soddisfazione che indica alla fine solo un gran vuoto interiore. Un vuoto che si nutre di sfiducia, in primo luogo nella vita e poi in se stessi e nelle proprie capacità. La stessa cosa succede con la tendenza all’accumulo: ci si comporta come quei bambini sottratti ad una vita di stenti che, pur accolti da famiglie nelle quali non manca loro nulla, per anni continuano a nascondere tozzi di pane sotto il guanciale, per paura di non averne per il giorno successivo.

Non il sogno di essere benestanti è da compatire, bensì l’egoismo, il voler tenere tutto per sé, il timore di impoverirsi se si condivide qualcosa. Da biasimare è l’invidia dei beni altrui, che sfocia più spesso di quanto non si creda nella speranza che l’altro perda tutto, visto che “mal comune mezzo gaudio”.

Non il desiderio di agiatezza è da deplorare, bensì il non voler muovere un dito per procurarsela, pretendendo magari che sia la vita o chi per lei a provvedere in virtù della tanto fraintesa Legge d’attrazione. Una legge che secondo alcune bislacche interpretazioni dovrebbe portare a te ciò che ti limiti a pensare e immaginare pur restando sdraiato sul tuo divano. In fondo è lo stesso meccanismo del gioco compulsivo. Entrambe le cose si basano sulla speranza di un colpo di fortuna, che chissà per quale motivo dovrebbe baciare proprio la nostra fronte. L’impegno o il merito non sono chiamati in causa. Tutt’al più si cerca di auto-ingannarsi sostenendo che, in caso di vincita, si potrebbe aiutare anche il prossimo. Un bel modo per fare affari con l’Universo, tentando di comprarsi la sua benevolenza! Peccato che quest’ultimo non accetti mai queste proposte da filantropi, che mascherano ben altro.  

Ecco, l’impegno. Ci chiediamo mai, di fronte alle nostre pretese, se abbiamo fatto qualcosa anche per meritare quel famigerato colpo di fortuna? In base a quali principi possiamo chiedere al Divino (qui visto come una sorta di Banca) di esaudire i nostri desideri? Anche ciò che ci viene dato in dono ha un suo perché, un suo motivo d’origine.

E se è vero che tutti abbiamo diritto ad una vita dignitosa, è vero anche che dobbiamo fare prima i conti con noi stessi, e in primo luogo col fatto che una vita vissuta male non si raddrizza con uno schiocco di dita.

 

Quando pensiamo alla ricchezza, però, di solito la identifichiamo con grandi quantità di denaro a disposizione: solo se ne abbiamo tanto ci definiamo “ricchi”. Ci dimentichiamo che il denaro, di per sé, non serve a nulla: non può essere né mangiato né bevuto né goduto in alcun modo, a meno che non si voglia usare per farci il bagno come Paperon de Paperoni – il quale, appunto, rappresenta proprio l’inutilità del denaro in sé. Il suo valore sta unicamente in ciò che può procurarci. Il denaro è solo un mezzo, che in fin dei conti potrebbe essere sostituito da qualunque altra cosa: basterebbe mettersi d’accordo.

 Eppure il nostro desiderio si muove per lo più verso questo mezzo, piuttosto che sul fine, mettendoci nella condizione di non apprezzare abbastanza gli altri beni. Un esempio: col denaro si può comprare (o meglio conservare) il proprio tempo. Ma quante volte abbiamo tanto tempo a disposizione e non sappiamo che farcene, e addirittura parliamo di “ammazzarlo”? E che dire di coloro che usano tutto il tempo di cui dispongono per continuare a guadagnare denaro che non hanno nemmeno la possibilità di spendere? O che lo spendono in cose di cui non riescono a godere perché sono troppo occupati a guadagnare altro denaro?

Ecco perché l’abbondanza da ricercare è anzitutto quella del cuore, della mente, dello spirito: tutto il resto dovrebbe essere una logica conseguenza, piuttosto che il fine.

D’altronde l’abbondanza va di pari passo con la concretezza, anzi ne è una diretta conseguenza. Essere concreti vuol dire avere consapevolezza di ciò che si sta dando al mondo e a se stessi. Forse è per questo che si dice, metaforicamente, che l’oro sia “luce condensata”. Concretizzare, in questo senso, significa essere coerenti col proprio agire: se si è davvero convinti di ciò che si sta facendo, immancabilmente si avrà abbondanza per fare e dare. La coerenza è l’esatto opposto dell’indecisione.

Non vergogniamoci perciò di aspirare alla ricchezza. Ricordiamoci però che la prima ricchezza non è quella economica: è piuttosto quella dei rapporti, delle idee, delle energie benefiche, quella che si riconosce negli atteggiamenti e nel modo di vivere. Cominciamo a cercare l’abbondanza di buoni sentimenti, di pensieri positivi, di altruismo, di comprensione, di saggezza, di bene in ogni sua forma. La serenità generata condurrà automaticamente anche al benessere economico, se sapremo riconoscere che l’universo è una fonte perenne di abbondanza, e che ce n’è per tutti.

Ricordiamoci anche che l’errata convinzione di vivere nella scarsità è, più spesso di quel che non si creda, proprio ciò che allontana ogni possibilità di ricchezza. Pensare di poter godere dell’abbondanza materiale mentre dentro di sé si vive la penuria è una gran contraddizione. L’esistenza risponde perfettamente alle nostre credenze, e poco importa se siano infondate.                                                            

È il cuore che si rende conto dell’abbondanza. È il cuore che vede la ricchezza e la bellezza, che scorge il vantaggio nascosto in ogni evento o situazione o condizione, mentre la mente è troppo impegnata a lamentarsi.

La maggior parte di noi vive in una prosperità tale che per miliardi di esseri umani sarebbe inconcepibile. Ma non possiamo accorgercene se prima non avremo “notato” tutto il resto.

Prima di sospirare alla vista delle proprietà altrui, dunque, proviamo a cercare la parte migliore di noi stessi e dell’esistenza. Cerchiamo il senso della nostra vita, lo scopo per cui siamo venuti qui. L’abbondanza è data da ciò che si è, non da ciò che si possiede. Tutto il resto verrà, col nostro impegno, con la fiducia e con il desiderio di costruirci un mondo migliore: non solo per noi stessi, ma anche per chi ci sta accanto.

Maria Antonietta Pirrigheddu

07.07.17

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