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L'OMBRA

Ogni essere umano viene al mondo portando dentro di sé un granello di male: gli serve per imparare a distinguere, per fare esperienza e perciò per evolvere. È qualcosa di indispensabile… ma se l’uomo non lo tiene sotto controllo, questo granello può crescere fino a “divorarlo”.

Se vogliamo restare padroni di noi stessi, dunque, la prima cosa di cui dovremmo renderci conto è quando alimentiamo questa parte oscura – l’ombra - e quando invece la teniamo a digiuno, col risultato di rimpicciolirla.

Come la nutriamo?

Il suo alimento principale sono le emozioni e i sentimenti negativi: se eccessivi e covati a lungo, la ingigantiscono a dismisura. Non parliamo solo di odio, di cattiveria, di sentimenti malevoli. Anche il pessimismo costante, la sfiducia, l’insicurezza e il disprezzo di sé, il cinismo, la disperazione, la preoccupazione che non vede vie d’uscita sono tutte emozioni negative che nutrono l’ombra.  

Spesso queste emozioni albergano in noi indisturbate, senza che nemmeno ci mettiamo il problema: diventano delle abitudini, quasi un modo di essere. Non le teniamo d'occhio, non le governiamo, non facciamo nulla per combatterle. Le accettiamo come compagne inevitabili e ci adeguiamo alla loro presenza, addirittura identificandoci in esse. Diciamo infatti: “Io sono sfiduciato, io sono triste…”

Ecco perché il requisito fondamentale per affrontare l’ombra è la consapevolezza: conoscere e conoscersi. Non si può combattere ciò di cui si sa poco o nulla. E visto che le emozioni negative sono ovviamente il prodotto di pensieri sbagliati, la prima ad essere chiamata in causa, come al solito, è la mente.

Ma chi possiede la mente? Noi o l’ombra?

La mente è nostra, non della nostra ombra. Siamo noi a possederla e a farne uso come meglio crediamo. Naturalmente se permettiamo che la mente sia influenzata e si lasci addirittura dirigere da un altro elemento, quest’ultimo avrà il predominio. Di conseguenza non saremo più noi a comandare, ma una parte di noi: potrà farlo perché noi stessi gliel’abbiamo permesso. E non saremo più in grado di governarci.

A volte succede addirittura di percepire la nostra ombra come una parte esterna, quasi fosse un essere estraneo che ci tormenta, che tenta di farci del male. Ma non è così: in realtà siamo noi stessi a farcelo, ad alimentare questo male e questa parte oscura proprio col pensiero.

Un altro dei modi in cui nutriamo l’ombra è avendone paura: vedendola non come una componente del nostro essere, che dunque ci appartiene, ma come un qualcosa venuto da altrove che si impossessa di noi. La fantasia, in questo caso, gioca a nostro sfavore.

Certo, talvolta succede che questa parte oscura possa in un certo senso materializzarsi: quando le cose che ci si agitano dentro sono intollerabili fino a sovrastarci, formano realmente una sorta di entità autonoma che può addirittura essere percepita come qualcosa di estraneo, di separato. E lì davvero non è più possibile controllarla: sarà lei a tenere in pugno noi. 

Spesso quelle che vengono definite “possessioni diaboliche” non sono altro che manifestazioni di quest’ombra divenuta solida: energie oscure che abbiamo creato noi stessi, per lo più inconsapevolmente, e a cui abbiamo dato un potere abnorme. Ma questi sono casi molto particolari.

Di solito, anche se le abbiamo permesso di diventare molto ingombrante, l’ombra resta comunque solo una parte di noi, una parte oscura. Perché oscura? Perché non conosciuta e riconosciuta. In fondo tutto ciò che ci è ignoto è, appunto, oscuro. Ecco perché la conoscenza è l’unica arma con cui possiamo combatterla.

Il nostro rifiuto a guardarla in faccia, ad ammetterne l’esistenza, accresce il suo potere. È assai più comodo considerarla qualcosa di estraneo: il cosiddetto “diavolo tentatore”! È difficile, infatti, accettare la possibilità di essere capaci di certe nefandezze: è molto più semplice pensare che solo gli altri possano commettere certi crimini e bassezze. Noi siamo convinti di esserne immuni, e nonostante i nostri piccoli difetti ci riteniamo comunque delle persone buone. Eppure non è così. Non tutto il nostro essere si nutre di luce. Un Minotauro famelico dimora nel labirinto interiore di ciascuno di noi, qualunque sia il nostro grado di elevazione o di evoluzione.

Tuttavia, anche quando abbiamo il coraggio di riconoscere che l’ombra ci appartiene, il nostro resta un riconoscimento puramente teorico: non lo sentiamo con forza e convinzione. Se affrontassimo questo discorso con piena apertura, infatti, arriveremmo a capire che l’ombra non è solo una parte di noi: in realtà, lei è noi. Perché senza di lei non esisteremmo, non potremmo abitare in questo mondo materiale. Senza di lei saremmo del tutto puri, e perciò non umani. Ci rendiamo dunque conto del suo ruolo fondamentale?

L’uomo è male e bene allo stesso tempo. È necessario accettare questo assunto per poter sfidare l’ombra.

Una volta che avremo il coraggio di guardarla dritto negli occhi, una volta che avremo capito chi è, quando insomma saremo in grado di concederle il diritto di cittadinanza, allora potremo cominciare a ridimensionarla. Avremo il potere di farla stare al suo posto.

Capiremo che il suo principale alimento è la paura. L’ombra è quello spauracchio di cui ci parlavano quand'eravamo bambini per farci stare buoni. È «l’uomo nero» che i nostri genitori avrebbero chiamato per castigarci, che ci avrebbe catturato se ci fossimo comportati male. Da bambini erano gli adulti ad invocarlo; poi lo abbiamo interiorizzato e ora siamo noi stessi a chiamarlo, per punirci quando non ci riteniamo all’altezza delle nostre aspettative.

Paradossalmente siamo troppo pieni di noi, convinti di essere sotto certi aspetti inattaccabili, per poterci rendere conto che basta un’inezia, interiore o esteriore, a metterci paura. E avere paura non significa solo temere qualcosa: la paura è soprattutto ciò che frena l’azione e distorce la reazione.

Ecco, quando cominciamo a riflettere su tutto ciò, quando cominciamo a fare davvero nostre queste considerazioni, è allora che neghiamo il nutrimento all’ombra. È allora che lei smette di divorarci.

Per chi decide di affrontare un percorso di crescita, arriva inevitabilmente il momento in cui è chiamato a scoprire quali siano davvero le proprie ombre. Non quelle che identifichiamo coi difetti - che sono abbastanza visibili, per cui non devono essere ricercate a lungo -, ma quei lati oscuri che ci impediscono di essere davvero. Essere e dunque amare e farsi amare, fidarsi di sé e di conseguenza raggiungere e conquistare. Perché in fondo l’evoluzione si pone unicamente questi due traguardi: l'amare e il realizzare. Altro anelito non c'è, al di fuori di questo; qualunque altra cosa si possa desiderare può esservi ricondotta. E ciò che è estraneo a queste due tendenze diviene oscurità.

Eppure è proprio l'oscurità a delinearne i contorni, perché il buio contribuisce a rimarcare la luce e a farcela scoprire.

Maria Antonietta Pirrigheddu

10.09.16

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