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LE PAROLE ASSASSINE

Nel cavo della mente

timidamente accorti

si scavano le tane

pasciuti centopiedi

 

Me le staccavo dalla pelle ad una ad una. Sembravano formiche. S'infilavano in ogni fessura, tra le pieghe del collo, dentro la biancheria. E mordevano. Mi camminavano addosso per giorni: neanche la doccia riusciva a lavarle via.

La prima volta le avevo trovate in un biglietto. All’inizio mi erano sembrate innocue, addirittura gentili; poi si erano infuriate e avevano cominciato a tormentarmi.

Di solito mi davano l’assalto dal cellulare. Uscivano a frotte dal mio telefonino, e riempivano la stanza – e la mia testa – in un attimo. Ma il peggio veniva dal computer. Ormai tremavo all’idea di sedermi alla scrivania per aprire la posta. C’era sempre un messaggio, a volte più d’uno, carico di bestie velenose: le parole assassine che lui mi versava addosso.

Parole. Scelte con cura o gettate a secchiate, come si butta via l’acqua sporca, e non importa dove cadevano e cosa bruciavano. È vero che ogni uomo è un pozzo: costantemente attinge, con incoscienza sparge, tra le parole affonda. Ma c’è chi ha sorgenti più profonde, talmente profonde da toccare quelle dell’inferno. Così era lui. Non so da quali oscurità risalissero i suoi pensieri, che poi diventavano suoni e lettere. Era vittima di se stesso, incapace di cambiare, e cercava qualcuno a cui darne la colpa. La sfortuna, la vita matrigna, le persone inaffidabili... Soprattutto, era colpa mia.

Eppure aveva giorni di parole diverse: si trasformava il timbro, l'intenzione, il sapore. Colate di miele caldo che distillava a gocce, annegandovi dentro tutti i miei malumori, e gli insetti e la rabbia dei giorni precedenti.

E poi ricominciava.

Già da mesi andava avanti così. Ma io non capivo. E neppure sapevo come farvi fronte: ignorare le sue bestie era impossibile - si sarebbero inferocite; tentare di blandirle del tutto inutile; se provavo a controbattere, si moltiplicavano a vista d'occhio.

Finché, una sera, accadde. Accesi il computer e scaricai la posta, senza aspettarmi niente di buono. C'era solo un messaggio, il suo, e lo aprii con cautela. In un attimo lo schermo fu invaso, e poi la scrivania, e il pavimento e i vestiti e le braccia e qualsiasi cosa avessi davanti agli occhi.

Questa volta non erano formiche. Ogni parola era un ragno, ogni zampa una sillaba; e si muovevano veloci, a piccoli passi ostili, lasciando in ogni poro una dose di veleno. Tessevano la tela attorno alle mie forze, togliendomi il fiato e la capacità di discernere.

Ci misero tre giorni. Mi chiusero il cervello in un bozzolo e poi mi mangiarono il cuore e quel che c'era dentro. Infine soffocai, di pena e orrore.

... 

Questa è una storia vera: perché di parole si può anche morire. Son creature viventi che partoriamo in gola, pronte a venire al mondo ma lente a scomparire, forse l'unica cosa che non conosce porte. Le mandiamo in giro a parlare di noi, senza renderci conto della loro potenza; senza renderci conto che ciascuna è uno specchio, il riflesso sonoro del suo genitore.

Ma niente muore davvero: se la vita è seme, qualcosa rimane. Sono rimasta io. Il nucleo più duro di me, quel che neppure lui poteva schiacciare. Non mi fermerò qui, seduta sulla mia tomba di pensieri: ho altre storie da scrivere, altri errori da compiere.

E' tutto molto lontano, ormai. C'è voluto del tempo prima che capissi, ma ora sto in pace. Ora so che lui distrugge quel che non può avere. E dietro la cortina del suo fitto parlare, nascondeva quel che io non dovevo sapere.

Qui, nel mio nuovo esistere, le sue parole non arrivano; e se anche potessero raggiungermi non farebbero male. Ho addomesticato i ragni: dopo avermi uccisa, han cessato di mordere.

Ma oggi, mentre osservavo il mio fantasma dondolare dai rami di un cipresso, ho notato uno strano movimento. Li ho visti sistemarsi in file ordinate - sì, i ragni - e prendere la strada che porta a casa sua. Trasportavano gli echi. Frammenti di voce, o frasi spezzettate, racchiusi in un sacchetto di memoria.

Lo so cosa faranno. Trascineranno i loro fagottini fino alla porta delle sue orecchie, oppure li spargeranno nei suoi sogni. Devono restituirli. Devono riportargli ogni sentenza ingiusta, ogni gesto sbagliato. Le parole assassine, con il loro bottino, ritornano alla tana da cui sono venute.

Quando vedrà il passato danzargli nella testa, e gli incubi invadergli le notti, lui non vorrà credere che siano rimorsi. Fingerà di non riconoscere gli abitanti della sua mente, i suoi nuovi compagni di terrori, che lo terranno sveglio quando vorrà dormire e gli chiuderanno gli occhi di fronte alle opportunità. Continuerà a sentirsi solamente una vittima: del caso, della gente, del destino contrario, di forze troppo oscure per essere domate. 

...

Non ho coltivato l'odio, sebbene lui l'abbia piantato, ma anche dal mio racconto sbucheranno dei ragni. E andranno a cercarlo. Impossibile fermarli: non importa quanto tempo, non importa in quale spazio, prima o poi tutto ritorna. Soltanto, cambia forma.

 

 

FINE

 

Le parole assassine

di Maria Antonietta Pirrigheddu

Proprietà letteraria riservata

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