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Aldo Paliaga

L'UOMO, LA MORTE E L'UNIVERSO

L'uomo teme la morte, in particolare quella propria; egli sente come un sopruso il fatto di essere destinato infallibilmente a scomparire e cerca consolazione in una presunta vita ultramondana, in un aldilà che la Religione offre in cambio della sua genuflessione, della sua incondizionata sottomissione.

In effetti sul timore della morte può influire, più o meno fortemente, la riflessione dell'uomo sui suoi rapporti con l'Universo, ma anche sulla storia di questo, sull'origine della materia, della vita, degli esseri viventi, dello stesso genere umano. Questa riflessione può essere oggi più chiara e più lucida di un tempo, arricchita di nuovi concetti. Da essi può prendere corpo un nuovo inquadramento di sé nel mondo.

Una parte degli uomini che sente il triste e penoso senso del “furto della vita”, cerca di eluderlo o di attenuarlo attraverso una fede religiosa, cerca comunque di diluire, se non annegare, questo timore nella corsa alla soddisfazione di desideri contingenti. Si rifugia nella ricerca di potere, di denaro, nell'accumulo di beni in genere, nella tecnologia capace di produrre sempre maggiori beni di consumo, di creare, di inventare strumenti e oggetti che sembrano capaci di rendere più gradevole e facile la vita quotidiana. Tutto questo benessere viene però creato spesso a spese dell'equilibrio fisico e biologico del pianeta che, tra l'altro, si sta progressivamente dimostrando incapace di fornire nutrimento a tutti i suoi abitanti.

L'uomo saggio, lungimirante e informato, riesce ad inquadrare meglio questi problemi e anche se stesso nella grande storia della vita del mondo; con ciò può entrare in un nuovo equilibrio riconoscendosi inserito nei grandi meccanismi evolutivi che caratterizzano l'infinita storia dell'Universo; può riuscire allora a guardare, a sentire con tutta la capacità di intelligenza che l'Universo stesso gli ha fornito, a vedere, ad udire, ad inserirsi nella scoperta del mondo, della natura che lo circonda; impara allora a sentire in modo nuovo il privilegio di esserci, se pure temporaneamente e di poter trasmettere il testimone della vita attraverso figli e nipoti.  

Tutto questo lo può percepire e rendersene conto nel tempo della vita, apprezzarlo, elaborare riflessioni, capire che i doni che ha avuto gratuitamente dalla natura costituiscono, essi stessi, passi nella grande storia dell'evoluzione delle specie e, se pure temporaneo, il dono della vita è un dono immenso, senza prezzo, è la grande, l'inestimabile vincita della “lotteria genetica” per la quale la gratitudine all'Assoluto Ignoto non può che essere infinita.

Una corretta focalizzazione degli orizzonti personali, un diverso orientamento dell'impostazione mentale, possono trasformare la visione di sé dell'uomo da quella di un essere perdente a quella di soggetto fortunato, conscio e vincente. Questa fortuna egli deve riuscire a capirla, a sentirla e, come sosteneva quel grande profeta e filosofo della sapienza antica che è stato Gesù di Nazareth, può trasferirla nella condivisione e nell'amore per i propri simili. L'uomo dovrebbe essere capace peraltro di estendere, per quanto possibile, questa comprensione, questa parentela e fratellanza mentali, questa comunità di orizzonti, a tutte le creature viventi che incontra, amandole e difendendole, sull'esempio di San Francesco.

L'uomo deve adeguarsi, prepararsi mentalmente a tornare al tutto, all'oceano dal quale proviene, come una goccia d'acqua che torna alla sorgente. L'uomo è arrivato dopo lungo percorso da questo oceano all'individualità, ad essere goccia. Se questa goccia sarà conscia della sua origine, della sua matrice, della “grande madre”, se saprà sentirsi acqua, non morirà mai totalmente, mai veramente; tornerà nelle sue braccia, al tutto, dopo la fase di conoscenza individuale, tornerà a respirare il respiro dell'Universo, forse con qualche lume di coscienza, chissà.

Il suo respiro sarà quello lungo e profondo dell'infinito, sgombro di preoccupazioni contingenti, di timori, di incertezze, di obiettivi a breve. Egli sarà immerso in un “Dio tutto” che non chiede, non giudica, non parla.

Perché la gran parte degli uomini muore senza sapere tutto questo e pensa solo di calare in una tomba, dentro una cassa di legno?

Gli uomini sono entrati nella vita individuale per puro caso, per una combinazione casuale di cromosomi che sono diventati coscienti e conoscenti, ma non se ne rendono sufficientemente conto.

Cerchiamo di vivere, inanellando i giorni vissuti, uno dopo l'altro con le loro esperienze, i loro pensieri, i ricordi, le sensazioni, con curiosità, serenità, amore e riconoscenza, non ci preoccupiamo con ansia di quanti giorni ci rimangono.

 

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