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L'uomo invisibile - Milano

Mi piace chiamarmi l'uomo invisibile perché dentro mi sento cosi.
Colpa mia? colpa  degli altri? So soltanto che vorrei esternare e regalare quello che ho dentro ma non riesco a "trovare e vedere gli altri" per far comunione.
L'amore per me è un perfetto sconosciuto. L'aridità di affetti mi ha preso e mi sta consumando, lentamente ma inesorabilmente, come una candela.

Con ammirazione per quello che riesci ad esprimere e a comunicare. Grazie per essere  luce in tanto buio.

Risponde lunadivetro:

C'è una contraddizione in quel che dici: ti definisci l'uomo invisibile ma, ai tuoi occhi, sono gli altri ad essere invisibili, perché non "li trovi e non li vedi".

Tu vorresti esternare ciò che hai dentro... ma prima devi chiederti cosa hai dentro: e se è esternabile, se è produttivo o  controproducente. Una volta verificato questo, dovrai chiederti cosa senti davvero, dentro di te, per gli altri. Tutti gli altri.  Perché il prossimo non è soltanto chi ti sta accanto, il prossimo non sono "gli altri": il prossimo è ogni creatura esistente. La tua difficoltà di rapporto e la tua aridità sono soltanto nei confronti degli esseri umani?

Ti chiedo: tu conosci la sensibilità? Sai cosa sia? Se la conosci e la sai utilizzare, puoi risolvere tutti i tuoi problemi. Perché la sensibilità è la comprensione dei problemi altrui, delle loro sofferenze, delle loro gioie... è la comprensione dell'amore. Ma se non la conosci, dovrai cercarla. O, meglio, dovrai cominciare a cercarti.

 Anche la persona più arida ha un briciolo di sensibilità; ma se tu non sai provarla, allora sei davvero in un vicolo cieco, e sei costretto a tornare indietro per trovare l'uscita. Come si torna indietro? Impegnandosi a conoscere se stessi e ciò che si ha dentro. Ricordati che, spesso, ciò che crediamo di sapere di noi  è solo ciò che ci conviene, o quel che ci hanno insegnato. Perciò mettiti di fronte a uno specchio, guardati negli occhi e ragiona con te stesso, spietatamente. E tira tu le conclusioni.

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